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UGL Polizia Penitenziaria
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Vittime non carnefici in un mondo parallelo
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Il carcere come avviene ciclicamente è ritornato alla ribalta! Vorremmo gridare “eureka”, ma purtroppo, sappiamo bene che per l’ennesima volta non se ne parla perché si vuole tentare di risolvere i problemi annosi che caratterizzano questo micro-mondo, o forse sarebbe meglio dire l’altra faccia della medesima società.
Quest’ultima peculiarità del carcere che la società comune (l’altra faccia) tende a dimenticare ricordandosene solo quando qualche detenuto meno anonimo muore all’interno di queste mura, o perché c’è una protesta dei detenuti.
La chiave di volta per leggere le assurde vicende che stanno riempiendo i quotidiani e i telegiornali nazionali, senza escludere le tribune politiche e le trasmissioni tematiche, è proprio questo risveglio a cadenza ciclica che fa rabbrividire tutti gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria, considerate carnefici di coloro che fanno parte della società e non possono esserne considerati ai margini.
Analizzando seppur in modo superficiale il problema, chi si trova all’interno delle mura del carcere, sia esso persona detenuta o agente di Polizia Penitenziaria, sa bene che vive in una specie di mondo parallelo dove le regole di sopravvivenza sono dettate da complicate norme codificate che non tengono spesso conto delle difficoltà della coabitazione e che troppo spesso non rispettano i dettami costituzionali in materia di umanizzazione del trattamento e, non ultimo, dei diritti dei lavoratori.
Non possiamo negare che nella situazione attuale è come se ci si trovasse in una società in cui le regole convivenza fondamentali fossero appalesate da ordini perentori e da leggi stringenti in un contesto in cui la limitazione del diritto di libertà si traduce in una compressione del diritto ad una vita degna di definirsi tale a causa delle condizioni abitative che impongono una convivenza forzosa e superiore a quella umanamente consentibile.
Volendo poi affrontare il problema dei conflitti legati alla coabitazione, non bisogna trascurare il fatto che questi riguardano tutta la società perché i comportamenti violenti, si verificano anche fuori dalle mura penitenziarie e non trovano alcuna giustificazione al loro interno, ma accadono giornalmente tra i detenuti e contro il personale di Polizia Penitenziaria.
La difficoltà di convivere con le limitazioni imposte dalle strutture il sovraffollamento la inadeguatezza degli ambienti che ospitano le persone detenute e un sistema di relazioni che passa attraverso la buona volontà del personale, spesso poco formato per affrontare con efficacia momenti critici, sono alla base di una problematica che negli ultimi tempi è esplosa in modo eclatante.
Non passa un giorno senza che un agente finisca in ospedale per le percosse di detenuti violenti troppo esasperati dalle disumane condizioni di vita.
Però oggi sui giornali arriva la notizia che i “massacratori” sono i Poliziotti penitenziari, che a Teramo sia vigente una pratica che fa sprofondare il carcere all’epoca medioevale.
Noi vorremmo che tutto il mondo politico/istituzionale si soffermasse sulle cose che si stanno verificando per riflettere sul risultato che avranno e, purtroppo, non possiamo smettere di pensare che il personale di Polizia Penitenziaria sia vittima e non carnefice.
La spiegazione sta nella storia del Corpo che oggi, a quasi vent’anni dalla nascita ha bisogno di una riforma complessiva sia della propria legge istitutiva, dei decreti attuativi collegati e di tutte le norme che mai ne hanno pienamente qualificato la professionalità. Una forza di Polizia che, è bene ricordarlo, è costretta a vivere all’ombra di dirigenti penitenziari che sempre più spesso tendono a ritagliarsi un piedistallo da quale gestire senza condividere e coordinare concretamente il funzionamento complessivo delle varie figure che lavorano nel carcere.
Un Corpo di 40.000 uomini e donne che ancora oggi non ha un vero vertice organizzativo autonomo, che soffre di una carente organizzazione ma anche dell’assenza di costanti corsi di aggiornamento del personale, una polizia che ha pochi giovani che vanno a sostituire chi da anni si trova nelle sezioni detentive, detenuti anch’essi con una semilibertà al contrario (liberi 16 ore al dì).
Un Corpo che non ha mezzi, costretto a lavorare in postazioni contrarie ad ogni legge sulla salubrità del posto di lavoro, che usa bagni dotati di turche senza un minimo di dignità per la propria persona, che è in prima linea senza il supporto di strumenti automatizzati, motivo per cui percorre chilometri al giorno ad aprire e chiudere celle stracolme di soggetti ristretti.
L’elencazione delle difficoltà sarebbe molto più lunga e complessa, ma se le poche cose sopra riportate possono sembrare crude, non sono riportate per giustificare le violenze contro qualsiasi persona detenuta, costituiscono una realtà che va considerata.
Per questa ragione è bene precisare che siamo pronti ad accettare quanto sarà accertato dall’Autorità Giudiziaria, come sempre fatto, anche per quanto riguarda i casi di suicidio (di personaggi che sono diventate vittime passando prima per strade che hanno spezzato la vita di chi ha fatto il possibile per migliorare il mondo del lavoro) e sulle cause della morte del giovane nel reparto detentivo dell’ospedale romano, ma non possiamo tollerare le alzate di scudi di chi si ricorda del carcere solo in queste occasioni.
Bisogna che questi autorevoli giornali e personaggi del mondo politico, si interroghino su quanti sono i detenuti con intento suicida salvati dalla Polizia Penitenziaria, e sul perché non si parla mai di quanti sono gli uomini e le donne aggrediti da persone violente che nel carcere come nella vita non hanno alcun rispetto della persona.
Siamo davvero indignati per gli attacchi sulla stampa e da chi dovrebbe tenere in debita considerazione che la speranza di un recupero del reo non si decanta sulle pagine di un giornale ma si cerca con mezzi concreti e con attività che debbono coinvolgere tutta la società.
Basta con l’ipocrisia di lavarsi la coscienza parlando di pochi martiri, ai quali comunque va il nostro umano rispetto, le vittime sono i 40.000 poliziotti penitenziari che a fronte di una necessità organica superiore alle 50.000 unità, subiscono ogni giorno carichi di lavoro terribili.
Si trovino delle soluzioni immediate per un incremento delle piante organiche invece di parlare solo di aumento dei posti per i detenuti, si parli di ripristinare i bagni e le caserme da terzo mondo, prima di costruire nuovi carceri.
Abbiamo detto si al “piano carceri” subordinandolo ad un massiccio piano di arruolamenti ma occorre anche un ripristino della dignità lavorativa del personale con interventi che possono anche sembrare troppo scontati come il rifacimento dei bagni che usano gli agenti nelle sezioni detentive.
Di certo è che l’esperienza insegna che nel passato una massiccia edificazione penitenziaria non ha prodotto carceri efficienti ma, è noto a tutti un proliferare di “obbrobri” che oggi sono completamente da mettere in sicurezza.
Confidiamo si spera non vanamente che la società, quella buona, si accorga che il carcere è la società stessa e non può restare l’altra faccia per sempre, altrimenti ….. la lotta tra le vittime e i carnefici sarà sempre impàri.- |
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Redazione
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